Politica, elezioni e Marghotta (parte II)

Capitolo 5 – il Cambiamento.
Quando si avvicinano le elezioni politiche c’è un gran fermento su cosa sia più appropriato fare per favorire il cambiamento. Ovviamente c’è anche chi vorrebbe che nulla cambi, anzi – come insegna Tomasi di Lampedusa – c’è proprio chi conta sul fatto che lo stesso cambiamento in effetti non porti a nulla.
Un prezioso libro (che vi suggerisco, “Change: la formazione e la soluzione dei problemi”– 1 nov 1978 di Paul Watzlawick,‎ John H. Weakland,‎ Richard Fisch, ed. Astrolabio) spiega bene le dinamiche della persistenza e del cambiamento, e come questo sia ben diverso tra quello che avviene all’interno di uno stesso stato e quello che presuppone un salto di stato, un po’ come accade alla velocità di un’autovettura, quando si accelera senza cambiare marcia (variazione di velocità all’interno di uno stesso livello) e quando invece si cambia la marcia (variazione di livello, che presuppone un salto, una rottura): è il secondo tipo di cambiamento, cambiare la marcia, che porta una vera e propria evoluzione della situazione esistente, e che spesso conduce alla soluzione del problema.
Abbiamo visto come nelle dinamiche dominanti il presupposto di un cambiamento efficace (che faccia aumentare l’utilità dei giocatori) necessiti di un comportamento cooperativo, di tutti o di alcuni dei giocatori: senza tale cooperazione è difficile che le cose possano evolvere.
Guardando allo scenario politico, possiamo immaginare che ci siano più giocatori, che identificherei nei partiti, nel governo e nelle forze esterne, cioè – questi ultimi – i gruppi di potere economico e finanziario direttamente impegnati a controllare le dinamiche politico economiche del paese.
Oggi c’è una situazione di equilibrio non dissimile da quella del passato, diciamo da quella che esiste dal dopoguerra ad oggi: un equilibrio di Nash nel quale ciascun giocatore ha a disposizione almeno una strategia dalla quale non ha alcun interesse ad allontanarsi, se tutti gli altri giocatori non modificano la loro: i partiti si alternano al potere con la tecnica della segregazione in scatole vuote di grosse fette di elettorato, il governo, espressione delle forze esterne, e non dei partiti, garantisce il minimo indispensabile alla quadratura del bilancio ed alla continuità del sistema finanziario globale, con una vita media di un anno (per la precisione 1,11 anni dal 1946 al 2016) affinché venga impedito l’ingresso a nuove strategie a vantaggio di qualcuno dei giocatori, le forze esterne – i veri garanti della razionalità collettiva – ottengono la loro duplice utilità di conservare integro il sistema paese e sfruttarne le risorse economiche.
Affermazioni prive di riscontro? Vediamole queste strategie nel dettaglio.
* * *
Capitolo 6 – I players del sistema: partiti, governo, forze esterne.
I partiti politici attuali sono i seguenti [1]
Partito Democratico (PD)
Movimento 5 Stelle (M5S)
Forza Italia (FI)
Lega Nord (LN)
Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista (MDP)
Alternativa Popolare (AP)
A questi si aggiungono una pletora di partiti minori, nazionali e regionali, che non sono attualmente presenti con un proprio gruppo parlamentare in entrambe le Camere o che non hanno ottenuto almeno il 4% dei voti nell’ultima competizione elettorale di carattere nazionale.
Guardando alla storia dei partiti dal dopoguerra è interessante esaminare questa tabella che ne traccia la storia anagrafica:
1. Partito Socialista Italiano (1892-1994)
2. Partito Radicale Italiano (1904-1922)
3. Associazione Nazionalista Italiana (1910-1923)
4. Partito Socialista Riformista Italiano (1912-1924)
5. Partito Democratico Costituzionale (1913-1919)
6. Partito dei Combattenti (1919-1923)
7. Partito Economico (1919-1924)
8. Partito Popolare Italiano (1919-1926)
9. Partito dei Contadini d’Italia (1920-1963)
10. Partito Liberale Democratico (1921-1924)
11. Partito Comunista d’Italia (1921-1943)
12. Partito Nazionale Fascista (1921-1943)
13. Partito Democratico Sociale Italiano (1922-1926)
14. Partito Socialista Unitario (1922-1930)
15. Partito Liberale Italiano (1922-1994)
16. Partito d’Azione (1942-1947)
17. Partito Fascista Repubblicano (1943-1945)
18. Partito Democratico del Lavoro (1943-1948)
19. Partito Comunista Italiano (1943-1991)
20. Democrazia Cristiana (1943-1994)
21. Partito Democratico Italiano (1944-1946)
22. Movimento Unionista Italiano (1944-1948)
23. Partito Cristiano Sociale (1944-1948)
24. Concentrazione Democratica Repubblicana (1946)
25. Fronte dell’Uomo Qualunque (1946-1949)
26. Partito Nazionale Monarchico (1946-1959)
27. Movimento Sociale Italiano (1946-1995)
28. Movimento Comunità (1947-1961)
29. Partito Socialista Democratico Italiano (1947-1998)
30. Partito Monarchico Popolare (1954-1959)
31. Partito Radicale (1956-1988)
32. Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (1959-1972)
33. Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (1964-1972)
34. Partito Socialista Unificato (1966-1971)
35. Partito di Unità Proletaria per il Comunismo (1974-1984)
36. Democrazia Nazionale (1977-1979)
37. Democrazia Proletaria (1978-1991)
38. Federazione delle Liste Verdi (1986-1990)
39. Verdi Arcobaleno (1989-1990)
40. Partito Democratico della Sinistra (1991-1998)
41. La Rete (1991-1999)
42. Alleanza Democratica (1993-1997)
43. Cristiano Sociali (1993-1998)
44. Patto Segni (1993-2003)
45. Federazione Laburista (1994-1998)
46. Socialisti Italiani (1994-1998)
47. Centro Cristiano Democratico (1994-2002)
48. Partito Popolare Italiano (1994-2002)
49. Forza Italia (1994-2009)
50. Lega Italiana Federalista (1995-1996)
51. Movimento dei Comunisti Unitari (1995-1998)
52. Cristiani Democratici Uniti (1995-2002)
53. Alleanza Nazionale (1995-2009)
54. Rinnovamento Italiano (1996-2002)
55. Cristiano Democratici per la Repubblica (1998)
56. Unione Democratica per la Repubblica (1998-1999)
57. Democratici di Sinistra (1998-2007)
58. Socialisti Democratici Italiani (1998-2007)
59. Partito dei Comunisti Italiani (1998-2016)
60. I Democratici (1999-2002)
61. Unione Democratici per l’Europa (1999-2013)
62. Democrazia Europea (2001-2002)
63. La Margherita (2002-2007)
64. Azione Sociale (2003-2009)
65. Democrazia Cristiana per le Autonomie (2005-2009)
66. Sinistra Democratica (2007-2010)
67. La Destra (2007-2017)
68. Alleanza di Centro (2008-2013)
69. Il Popolo della Libertà (2009-2013)
70. Alleanza per l’Italia (2009-2016)
71. Sinistra Ecologia Libertà (2009-2016)
72. Forza del Sud (2010-2011)
73. I Popolari di Italia Domani (2010-2013)
74. Grande Sud (2011-2013)
75. Futuro e Libertà per l’Italia (2011-2014)
76. Fare per Fermare il Declino (2012-2014)
77. Nuovo Centrodestra (2013-2017)
78. Conservatori e Riformisti (2015-2017)
Bene, nessuno dei partiti ha mai potuto governare da solo il paese, cioè esprimere una maggioranza e formare il governo, a parte qualche monocolore democristiano di breve durata[2]: essi hanno sempre formato alleanze che fino al 1994 erano tipicamente post elettorali, dal 1994 prevalentemente pre elettorali, cioè formate nella competizione elettorale in virtù del mutato sistema regolatore delle elezioni.
In effetti durante la prima repubblica la scena politica era dominata dalla DC e dal PCI, entrambi partiti di massa con forti radici nelle contraddizioni del paese, ma entrambi con forti ed espliciti riferimenti alle due superpotenze mondiali che hanno occupato la scena politica, militare ed economica del pianeta, la Russia e gli Stati Uniti d’America. Dopo il 1994 (l’era tangentopoli segnò il momento di cambiamento) troviamo ancora due blocchi contrapposti, formati da alleanze preelettorali, con riferimenti sfumati alle forze esterne, ma non per questo inesistenti.
In piena era tangentopoli (1992-1994) il governo fu affidato prima ad Amato poi a Ciampi i quali garantirono una guida tecnica in un momento di grandissima difficoltà del paese: ma garantirono a chi? Al sistema finanziario globale, realizzando, il primo, la più grande manovra finanziaria della storia d’Italia, il secondo, l’ingresso delle grandi riforme dettate dalla globalizzazione.
“Molti ricorderanno quando finì sotto attacco speculativo la Lira. Era il 1992, si parlava allora di “consolidamento dei titoli di Stato”. Il governo Amato fece uscire la Lira dall’allora “serpente monetario”, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio (strano come certe date ricorrano) 1992 operò un prelievo forzoso ed improvviso del 6 per mille su tutti depositi bancari. Un decreto legge di emergenza l’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla Lira, erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’aumento dell’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso stra per diventare una gabella ordinaria: l’imposta comunale sugli immobili, ovverosia l’Ici. Le cose andarono diversamente da quanto Giuliano Amato aveva sperato: nonostante la cura da cavallo, la manovra di luglio più la finanziaria sfioravano insieme i centomila miliardi di lire, che portò l’economia italiana sull’orlo della recessione, la Lira, come dicevamo, dovette uscire dal “Sistema Monetario Europeo” neppure tre mesi dopo quella notte di luglio, e nella primavera successiva il dottor Sottile si dimise. Venne chiamato Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, per formare un governo tecnico che traghettasse l’Italia fuori dalla crisi.”[3]
Ciampi “è stato il perno istituzionale attorno al quale ha ruotato la più grande stagione di cambiamenti della storia recente del nostro Paese. Dal fallimento del Banco Ambrosiano all’ingresso dell’Italia nell’euro, passando per la svalutazione della lira, la concertazione, il risanamento delle finanze pubbliche, le sfide affrontate in ambito economico. Nel mezzo, la tumultuosa stagione di Mani Pulite, la complessa transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica e le bombe in via dei Georgofili e Firenze, in via Palestro a Milano e a San Giovanni a Roma. Tre i palazzi che hanno fatto da palcoscenico alla lunga esperienza di Carlo Azeglio Ciampi al servizio dell’economia del Paese: la Banca d’Italia, Palazzo Chigi e il Tesoro. Entrato per concorso in Bankitalia nel 1946, gli ultimi 14 nelle vesti di governatore, dal 1979 al 1993, furono i più difficili: Ciampi arrivò proprio nel pieno della bufera Sindona, pochi mesi dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Di lì a poco sarà subito chiamato a occuparsi del fallimento del Banco Ambrosiano.
E se gli inizi sullo scranno più alto di Palazzo Koch non furono tranquilli, i mesi finali non furono certamente da meno. Era il settembre del 1992, nel pieno della bufera Tangentopoli, e il governo Amato si preparava a varare la mega-manovra da 93mila miliardi di vecchie lire (con il famigerato prelievo forzoso dai conti correnti) presentato come indispensabile per evitare la bancarotta del Paese.
In quelle ore concitate, dopo incontri e telefonate a non finire, Ciampi, Amato, l’allora ministro del Tesoro Piero Barucci, con i direttori generali di Bankitalia Lamberto Dini e di via XX Settembre Mario Draghi, decisero per la svalutazione. Per tutti la decisione fu dolorosa, ma come ebbe a spiegare Ciampi molti anni dopo, anche “saggia”, perché segnò l’avvio del risanamento economico dell’Italia che avrebbe portato, 10 anni dopo, all’ingresso nell’euro fin dall’inizio, un traguardo al quale in pochissimi credevano.
Ma proprio pochi mesi dopo quel drammatico evento Ciampi venne chiamato a una nuova sfida e a una sorta di seconda vita: la formazione di un governo di transizione, per la prima volta nella storia affidato a un non parlamentare. Ciampi, che rimase a palazzo Chigi fino al maggio del 1994, lasciò il segno soprattutto per l’avvio della concertazione, con l’accordo con le parti sociali del 1993 sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo: e in quel periodo intenso fu anche il lavoro per la privatizzazione delle grandi banche.”[4]
Ma a chi rispondevano Amato e, soprattutto, Ciampi? Credo non ci voglia molto per capire che costoro furono la migliore scelta per il sistema finanziario globale che non poteva permettere in alcun modo che un paese come l’Italia facesse bancarotta, con la destabilizzazione della lira e con il debito pubblico impazzito. Iniziò da quel periodo un nuovo corso del sistema di salvataggio delle banche, fu abbandonato il sistema fino ad allora utilizzato del cannibalismo bancario, e fu introdotto un sistema diverso, utilizzato già dal 1996 con la crisi del Banco di Napoli. Tale crisi, per le sue dimensioni, non consentì di procedere con gli schemi classici della acquisizione tra banche o, comunque, indusse a non farlo. Si scelse quindi una strada diversa, quella appunto della continuità aziendale diretta, cioè della continuazione dell’attività ad opera dello stesso soggetto giuridico, risanato anche grazie alla cessione di attività deteriorate (principalmente crediti in sofferenza) a un veicolo societario costituito ad hoc, normalmente denominato “bad bank”. Si tratta di una soluzione che, da un punto di vista sistematico, appare particolarmente rilevante, poiché anticipa, sotto vari aspetti, alcune scelte fondamentali compiute nel disegno dello strumento del bail-in. [5] Ed eccoci ai giorni nostri.
Da quel momento in poi siamo stati, come dire, commissariati dal sistema finanziario globale e dai paesi più forti dell’area euro, che ci hanno portato negli anni a cedere progressivamente la sovranità nazionale (non è detto che sia un male, ma è un fatto), abbandonando la moneta, cedendo assets bancari, industriali e strategici di primissimo rilievo, cedendo gran parte della potestà legislativa su questioni di vitale importanza dal campo sanitario, a quello fiscale, a quello dell’industria primaria e secondaria, a quello energetico e tecnologico.
Oltre al passaggio all’euro, che ha reso impossibile operare soprattutto sulla velocità di circolazione della moneta[6], sono state introdotte norme stringenti per la gestione del sistema sanitario nazionale, sul suo finanziamento, sulla contabilità pubblica, sulla liberalizzazione della produzione e vendita dell’energia e del gas, sulle reti telefoniche ed informatiche, sul finanziamento dello stato e sugli automatismi in campo fiscale, che prevedono un innalzamento automatico delle aliquote fiscali in caso di deficit, ecc. ec
Forse ora è un po’ più chiaro quali siano le forze esterne che hanno soppiantato, nel rapporto con i partiti politici, l’antico duopolio USA-URSS: l’omologazione al sistema finanziario globale, che non serve più gli interessi di questo e quello stato, bensì gli interessi più ampi e globali di players di un nuovo mondo globalizzato, dove Google, Microsoft, Amazon, Bayer-Monsanto, grandi banche, ecc. contano più di uno stato sovrano e sono con noi tutti i giorni ed a noi molto più vicini di quanto non lo fossero le antiche superpotenze continentali.
Ecco allora l’alternarsi di governi di destra con quelli di sinistra, sempre fatti cadere dopo pochissimo tempo, fino ad arrivare alla crisi del 2011 dove ricomincia il ciclo con il governo Monti, quello “tecnico” per poter rimborsare i debiti nei confronti dei nostri creditori d’oltre oceano, poter garantire la continuità dell’euro ed i risanamento delle banche, seguito dalla grande colazione del povero Letta, fino ad arrivare al governo Renzi, un po’ troppo politico per garantire la continuità del sistema (hanno spaventato anche gli 80 euro!), prontamente sostituito dal governo Gentiloni, meno politico e senz’altro più idoneo a garantire un flusso di denaro di 60 miliardi per ripianare le crisi bancarie del momento.
Conclusione: oggi c’è un equilibrio di Nash in politica nel quale ciascun giocatore non ha alcun interesse ad allontanarsi dalla propria strategia, se tutti gli altri giocatori non modificano la loro. E non lo fanno: i partiti prosperano, nonostante il loro continuo rigenerarsi dalle ceneri del precedente contenitore, i governi garantiscono le forze esterne, queste garantiscono la sopravvivenza di un sistema globale che si basa sulla concentrazione progressiva delle risorse con produzione di finanza inesistente.
E noi dove siamo in questo contesto? Noi siamo anestetizzati.
Anestetizzati dal calcio, da facebook, dalla crisi e dalla omologazione programmata dei comportamenti, che ci viene impiantata come un microchip sub durale sin dai tempi dell’asilo. Incapaci di pensare con la nostra testa, preoccupati solo di apparire agli altri in modo convenzionale, anzi: solo di apparire con selfie e cibo fotografato su fb (come dire: guarda edo, ergo sum), resi incapaci di sognare, sperare, amare. Specialmente dai film italiani che ci mostrano sempre la parte più fragile e prosaica di noi stessi, e che io odio.
Passiamo da un partito all’altro, o restiamo caparbiamente appigliati ad un’idea di partito che non c’è più, senza capirne il vero ruolo, senza più neanche trarne un rendiconto personale come ai tempi del dopoguerra e fino al 92, perché i partiti sono incapaci di produrre neanche il più piccolo fall-out di utilità a chi non ne ricopra i vertici, e così facendo garantiamo che le nostre congetture siano coerenti con i nostri comportamenti, cioè proprio con quelli che i players del sistema si aspettano, e garantiamo la persistenza dell’equilibrio.
Siamo i cani segregati del Giardino.
* * *
Avete notato che nessuno dei partiti politici italiani si dice disposto a cooperare con gli altri per la soluzione dei problemi? Le coalizioni, se esistono, sono ciò che di più litigioso ci sia, come pure litigiosi sono i grandi partiti, con correnti interne e destra e sinistra all’interno. Nessuno pone in essere una strategia cooperativa.
Perché? Semplice, perché non cooperare è la condizione per la sopravvivenza di questo sistema, che genera la massima utilità possibile ai players del sistema, nella misura in cui tutti gli altri cani del giardino (il popolo) rimangono segregati e, soprattutto, le loro congetture siano coerenti con i loro comportamenti. Ergo, fin quando pensiamo come ci hanno insegnato a fare e ci comportiamo di conseguenza, l’equilibrio non muta.
(to be continued)
[1] fonte wikipedia “partiti politici italiani”:
[5] La gestione delle crisi bancarie La tradizione italiana e le nuove regole europee Lorenzo Stanghellini
[6] Vedasi altro mio scritto sulle crisi bancarie, in questa pagina fb


Categorie:politica

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