parte I – Le Crisi Bancarie nell’800 Italiano un parallelo storico impressionante

(appunti liberamente scelti da monografie di settore)

Dalla lettura delle note che seguono potrete verificare l’esistenza di un parallelo storico impressionante tra i meccanismi crisi/risanamento del sistema bancario italiano dell’800 e quelle attuali: la costante è il sacrificio programmato (ed a volte attuato con la guerra) dei contribuenti e forse ancor di più del tessuto produttivo del paese, costantemente penalizzato a favore di grandi gruppi stranieri.

E’ interessante notare come il fenomeno dei grandi flussi migratori sia strutturale al meccanismo di sopravvivenza del settore bancario.

“Le possibilità di ripresa dell’industria italiana si è scontrata, nel passato come oggi, con il dissesto del sistema bancario . Alla fine dell’800 consistenti riserve finanziarie erano state dirottate nel settore della speculazione edilizia, e particolarmente tra il 1881 e il 1885, quando quasi il 25% degli investimenti totali si indirizzarono verso questo settore. Ben presto numerose banche si trovarono, alla fine degli anni ottanta, con pesanti immobilizzi . Il dissesto finanziario che ne seguì evidenziò il bisogno di un risanamento delle banche di emissione e delle finanze statali, al fine di ottenere un reale sviluppo economico del paese.

In quel periodo storico vi furono scandali e dissesti a catena . Decine di istituti che emettevano moneta. Le finanze dello Stato in salute precaria. Questa era la situazione del sistema bancario italiano nell’800: occorreva dunque cercare di salvare il salvabile. Verso la fine degli anni ’80 del XIX secolo, a vent’anni dunque dall’unità nazionale, erano in molti a ritenere che l’Italia non sarebbe riuscita ad affrancarsi dalle sue condizioni di arretratezza economica e di subalternità politica. Per lungo tempo i governi della Destra s’erano affannati a inseguire il traguardo del pareggio di bilancio, raggiunto infine nel 1876.

Ma il risanamento dei conti dello Stato aveva comportato, oltre a ingenti sacrifici da parte dei contribuenti, anche il drenaggio di notevoli risorse verso la copertura di prestiti e titoli pubblici emessi pressoché a ripetizione, e ciò a scapito soprattutto degli investimenti in attività produttive .

Dunque, fu inevitabile, quando la Sinistra costituzionale giunse al potere nella seconda metà degli anni ’70, alleggerire un carico fiscale divenuto sempre più oppressivo e intollerabile e assecondare in qualche modo, attraverso un incremento della spesa pubblica in determinate infrastrutture e particolari incentivi all’agricoltura e all’industria, lo sviluppo dell’economia nazionale altrimenti bloccata su posizioni stazionarie . D’altra parte, né il mercato finanziario né il sistema bancario erano ancora orientati verso una politica di intervento a sostegno delle imprese. Anzi, su questo versante continuavano a sopravvivere non pochi elementi di freno e vischiosità. In primo luogo, per la presenza di compagnie finanziarie, talora legate a filo doppio con importanti gruppi d’interesse stranieri, che badavano esclusivamente a lucrare sulle emissioni pubbliche, sulla compravendita di terre e beni immobiliari, o su particolari operazioni di carattere speculativo . In secondo luogo, perché l’Italia unita aveva ereditato dagli Stati e staterelli della penisola, oltre a una notevole massa di debiti , un complesso quanto mai vario e frazionato di istituti bancari, alcuni dei quali godevano anche del privilegio di emettere moneta cartacea. C’era poi da temere che il dissesto del Credito Mobiliare (costretto infine a chiudere i battenti nel 1893) e quello della Banca Generale trascinassero nel precipizio una parte rilevante dell’industria italiana, già di per sé così fragile.

L’esigenza di porre rimedio alle drammatiche condizioni in cui versava il paese giunse ad imporre una riforma radicale del sistema bancario, la preoccupazione di salvare il salvabile e di evitare il collasso della lira e dell’economia italiana fu il filo conduttore delle complesse operazioni che si tradussero infine nella fusione tra Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di Credito e Banca Nazionale, destinata a dar vita alla Banca d’Italia.

Giolitti seppe portare a compimento con consumata perizia quanto con risoluta energia il piano s’era prefisso. Fu lui di fatto l’artefice del riassetto degli istituti di emissione e, successivamente, dell’opera di risanamento monetario e di progressiva restaurazione della finanza pubblica, che si sarebbero rivelate altrettante premesse essenziali per il rilancio dell’economia italiana, in funzione del “decollo industriale” dei primi del ‘900, e per l’inaugurazione di un indirizzo liberal-riformista in un contesto di ritrovata stabilità politica”.

Il decollo industriale italiano avvenne in condizioni sostanzialmente diverse da quelle affrontate a suo tempo, ad esempio, dall’Inghilterra. Alla fine dell’ottocento il grado di accumulazione indispensabile per promuovere un adeguato processo di industrializzazione era molto alto. Tuttavia, fin dall’inizio del XX secolo la struttura industriale italiana si andò consolidando e si formò una società moderna. L’industria manifatturiera raddoppiò in una quindicina di anni il volume di produzione, gli addetti all’industria passarono da 1.275.000 del 1903, a 2.304.000 del 1911. A questo sviluppo contribuirono il mutamento della congiuntura economica internazionale, l’aumento dei prezzi, l’introduzione di nuove tecniche, il risanamento della situazione monetaria, l’avvento di un nuovo sistema creditizio nonché un più efficace intervento dello Stato nella vita economica. Dall’età del ferro e del vapore si passò all’età dell’elettricità e del motore a scoppio.

La produzione di energia elettrica in grandi centrali e la sua distribuzione a distanza slegarono le imprese da molti vincoli di tipo naturale e i paesi più poveri di combustibile dai rifornimenti esteri di carbone.

Dall’inizio del novecento l’industria elettrica fece grandi progressi. Il sistema industriale poté rafforzare le sue fonti energetiche, liberandosi, in alcuni casi dalla schiavitù dell’energia idraulica e in altri dalla stretta dipendenza dal carbone di importazione. Nel 1911 il 56% della potenza complessiva degli stabilimenti tessili era fornita da motori elettrici, mentre il grado di elettrificazione delle industrie meccaniche e chimiche era del 71%.

Insieme alle innovazioni tecnologiche, allo sviluppo del sistema creditizio e all’incremento delle risorse energetiche, giocò un ruolo importante nel decollo dell’industria italiana anche la nuova dimensione del mercato . Il commercio estero italiano crebbe del 118% tra il 1900 e il 1914, aumentò la popolazione ed anche i consumi interni. Dopo il 1903 quasi un milione di nuovi lavoratori aveva fatto ingresso nelle fabbriche del Nord.

Nel 1911 si contavano nelle regioni settentrionali una settantina di opifici con oltre un migliaio di addetti. Si ebbe una consistente mobilitazione di manodopera dalle campagne alla città . Altri lavoratori si erano mossi già da tempo verso la città, trovando occupazione nell’edilizia e nella costruzione delle ferrovie. Occorre considerare inoltre che, dal 1881 al 1901, quasi 2.200.000 persone erano emigrate ed altre 1.700.000 le seguiranno nel decennio successivo, contro un esodo europeo complessivo che, solo per la destinazione degli Stati Uniti raggiunse le 10.500.000 unità. Si trattava in grande maggioranza di lavoratori agricoli. In quegli anni, nelle grandi città, specialmente del Nord, la popolazione residente subì dei notevolissimi incrementi, anche oltre il 50%. Una quota consistente dell’occupazione si incanalò verso la manifattura. Furono quelli anche anni contrassegnati anche da lotte sociali. I provvedimenti promossi dal Governo per l’assistenza, per il riposo festivo, per l’edilizia popolare, non furono più sufficienti, dopo il 1906 a contenere gli indirizzi di lotta più radicali che covavano nelle organizzazioni operaie.

La guerra sembrò risolvere tutti i problemi . Le ordinazioni belliche dettero slancio agli investimenti e i profitti consentirono alle imprese di disporre di forti liquidità come mai prima. Nel 1916 gli stabilimenti ausiliari erano passati da 220 a 800. Dal 21% del 1915-16, la quota della spesa del Governo per gli armamenti salì, nel 1916-17 al 34,2%, crescendo ulteriormente nell’anno successivo. La guerra favorì anche la rapida affermazione del settore aeronautico ed un notevole incremento della cantieristica navale.

La congiuntura bellica si rivelò altrettanto benefica per l’industria elettrica, per quella tessile e per la chimica che se vide ridotta la domanda di concimi chimici, incrementò in compenso la fabbricazione di prodotti di impiego bellico, di esplosivi, di idrogeno e ossigeno, di derivati del gas, ecc. L’industria della gomma si affermò definitivamente come un settore di grandi potenzialità. All’indomani del conflitto, esaurite le commesse statali, molti settori della grande industria si trovarono alle prese con l’eccessiva potenzialità degli impianti e con un eccesso di manodopera.

Per molti anni le banche avevano favorito la formazione, nel campo dell’industria pesante, di grosse concentrazioni. Ad esempio, la Banca Commerciale aveva finanziato la Terni e l’Ilva, il Credito Italiano la Fiat, il Banco di Roma la Breda e così via . Come conseguenza della grande mole di profitti accumulati dalla grande industria il rapporto si andava modificando, dal 1917 i grandi istituti di credito stavano trasformandosi in semplici succursali dei maggiori trusts industriali. L’Ansaldo ad esempio aveva acquistato la maggioranza delle azioni della Banca Italiana di Sconto. Con la fine della guerra, le principali imprese si trovarono a non contare più sulle generose anticipazioni dello Stato per le commesse militari. Dovendo disporre di fondi liquidi, esse pensarono di trarli a buon prezzo dai depositi dei risparmiatori.

Soltanto la Terni riuscì a superare la fase più cruciale della smobilitazione. Arturo Bocciardo, che nel 1921 assunse l’incarico di amministratore delegato della società, seppe integrare le attività siderurgico cantieristiche con nuove produzioni, come quelle chimiche e idroelettriche. La situazione della grande industria si aggravò ai primi sintomi della recessione economica, manifestatasi in Europa all’inizio del ’21, data la concorrenza sempre più intensa della produzione americana, la quale provocò un abbassamento dei prezzi industriali e agricoli. I primi a risentirne furono i complessi esposti eccessivamente con le banche.

Ben presto l’Ilva si trovò senza l’appoggio dei suoi principali creditori, la Banca Commerciale e il Credito Italiano . La stessa sorte subì l’Ansaldo che fu abbandonata dalla Banca Italiana di Sconto, la quale a causa dei pesanti immobilizzi (600 milioni) verso la società genovese fu costretta, nel dicembre 1921, a chiudere gli sportelli di fronte ad una esposizione debitoria eccedente i mezzi messi a disposizione da un consorzio di banche di salvataggio. L’Ansaldo venne smembrata. Le officine meccaniche furono cedute ad una nuova società creata nel ’23 sotto lo stesso nome.

Il governo fascista esordì in un momento particolarmente fortunato per l’economia che si trovava all’inizio di una fase ascendente . Si era ormai dileguata la minaccia di altri dissesti, i frutti più abbondanti dello sviluppo economico degli anni venti si raccolsero soprattutto nell’industria elettrica, in quella chimica e del gas, nella meccanica di precisione, nei mezzi di trasporto e nelle fibre artificiali. Quest’ultimo settore, contava nel 1906, 1750 milioni di investimenti. Nel 1929 il settore chimico tessile vantava una produzione di oltre 32.000 tonnellate rispetto alle 1.500 del 1921, grazie soprattutto all’eccezionale espansione della Snia Viscosa che, in quell’anno, copriva circa l’80% della produzione nazionale, pari ad un quinto di quella europea.

Con l’avvento al potere del fascismo sembrò rafforsarzi la tendenza alla ricerca dell’indipendenza economica del paese. Sempre più sentito fu il problema della carenza di materie prime, particolarmente di energia. Fatto pari a 100 il totale del capitale sociale delle società anonime industriali italiane nel 1916, il settore elettrico partecipava nello stesso anno con il 18,81%, scendeva al 16,70% nell’immediato periodo post bellico ma risaliva al 19,35% nel 1923, per raggiungere il 25% nel 1926, il 29% nel 1929 e ben il 33% nel 1931. Quindi, tra il 1922 e il 1930, si registrò un consistente orientamento degli investimenti in direzione della conquista della indipendenza energetica del paese.

La crisi americana del ’29 bloccò l’iniziale ripresa italiana ed aggravò in un colpo gli squilibri della nostra economia, il terremoto abbattutosi sul sistema finanziario americano rese impossibile il proseguimento dei prestiti verso l’Europa.

Questa bufera economica minacciò di sconvolgere gli equilibri politici e sociali realizzati dopo l’avvento del regime fascista. Le condizioni finanziarie sempre più precarie di certe imprese minacciavano ormai di travolgere i principali istituti di credito. Lo stato intervenne per lo smobilizzo delle partecipazioni più consistenti, ma ciò non servì a molto e nel gennaio 1933 fu fondata l’IRI.

Si giunse, nel marzo ’34, allo smobilizzo pubblico delle banche miste. Lo Stato mise a disposizione i capitali necessari a coprire le perdite bancarie (6 miliardi di lire circa), ma contemporaneamente acquistò i titoli e le proprietà industriali delle banche, provvedendo alla loro gestione.

La legge bancaria del ’36 vietò alle banche di deposito e di sconto di intervenire nel campo del credito industriale, mentre Governo e Banca d’Italia accentrarono una serie di attribuzioni con compiti di vigilanza e controllo permanente.

Decisive per risollevare le sorti dell’industria furono le eccezionali spese statali per armamenti e altri beni e servizi, varate in occasione della guerra d’Abissinia .

La produzione dell’industria meccanica salì, tra il 1934 e il 1937, dall’indice 72 a 126, quella elettrica da 117 a 145, la siderurgica da 82 a 103, la chimica da 91 a 126. In realtà l’Abissinia non valeva il denaro speso per conquistarla ma la disoccupazione nel settore industriale si ridusse, fin dal 1936, di quasi la metà rispetto al 1932. Tra il 1936 e il 1941 si ebbe una spesa di quasi 1500 miliardi (valore indicizzato al 1974) in relazione alla politica coloniale in Africa orientale. (segue)

credits:

Simone Ricci in https://www.atuttonet.it/economia/la-riforma-del-sistema-bancario-italiano-nell800.php

I guardiani della lira  M.C. Milo, A. Foresi, F. Albini

 



Categorie:Crisi bancarie in Italia

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